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by Sunya61

haiku 5

21 dicembre 2013 in Uncategorized

L’Intelligenza

Non è Mai, nel Pensiero:

E’ nel Silenzio.

 

 

Mille, più Mille…

Son le Verità dette:

Dov’è la Vera?

 

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haiku 4

21 dicembre 2013 in Uncategorized

Intuitività.

Regolamentazione.

Autocoscienza.

 

 

Andato, andato…

Andato_ oltre quei sogni:

Questo _il Risveglio!

 

 

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Haiku 3

13 dicembre 2013 in Uncategorized

Nel dormire c’è

Il sonno senza sogni…

Senza la mente.

 

Con la mente c’è …

Ogni sogno illusorio:

False Verità.

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y.s.p. libro 1, sutra 34

13 dicembre 2013 in libro 1, yogasutra

ysp-1-34

प्रच्छर्दनविधारणाभ्यां वा प्राणस्य ॥३४॥

pracchardana vidharana bhyam va pranasya

Oppure (va), dall’energia (pranasya) grazie alla (bhyam) espirazione (pracchardana) e alla sospensione (vidharana).

Oppure, (la calma della coscienza mentale-citta) è ottenuta attraverso l’arresto della dispersione dell’energia vitale, grazie alla coscienza dell’espirazione e alla consapevolezza della sospensione che ne consegue.

Questo è il primo dei riferimenti al Prana e, in particolare si cita l’espirazione e la ritenzione successiva (rechaka) o arresto, fermare, trattenere. Da qui in avanti si è sviluppata ed evoluta quella particolare scienza che è chiamata Pranayama.
Perchè l’espirazione e non viceversa? Quando sento che la mente non è tranquilla espiro il più profondamente possibile e prendo per alcuni secondi l’apnea, quindi lascio che l’ inspiro successivo venga preso dal corpo naturalmente. Continuo così per parecchi minuti, fino a creare un ritmo, fino a quando non osservo un cambiamento di stato d’animo.
L’espirazione deve essere lunga e completa per buttare fuori tutti i veleni dal corpo. L’inspirazione successiva si adeguerà di conseguenza. La mente e il respiro sono profondamente collegati fra loro, devono esserlo, in quanto il respiro è vita.

“Quando il respiro è instabile, la mente è instabile; quando il respiro è stabile la mente è stabile..”
Hatha Yoga Pradipika II, 2

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y.s.p. libro 1, sutra 33

10 dicembre 2013 in libro 1, yogasutra

ysp-1-33

मैत्री करुणा मुदितोपेक्षाणांसुखदुःख पुण्यापुण्यविषयाणां भावनातः चित्तप्रसादनम् ॥३३॥

maitri karuna mudita upeksanam sukha dukha punya apunya visayanam bhavanatah citta prasadanam

L’acquietamento (prasadanam) della coscienza (citta) e la realizzazione meditativa (bhavanam) sull’oggetto (visayanam) con amicizia (maitri) compassione (karuna) gioia (mudita) indifferenza (upeksanam) verso i felici (sukha) chi prova dolore (duhkha) il puro (punya) e l’impuro (apunya).

L’acquietamento della coscienza è ottenuto a partire dalla stabilità della realizzazione meditativa sull’oggetto d’esperienza. Si dovranno coltivare atteggiamenti di amicizia verso coloro che sono felici, di compassione verso coloro che provano dolore, di gioia verso i puri e di indifferenza verso gli impuri.

Questi quattro atteggiamenti che Patanjali invita a sviluppare fanno nascere la pace interiore, rimuovendo i fattori di disturbo; questo accadrà non solo ai livelli coscienti, ma anche alle aree più profonde del subconscio.
La parola chiave, bellissima è: प्रसादनम् prasadanam (purificazione, chiarificazione, calmare, attenuare, lenire, placare, mitigare).Questi quattro concetti qui esposti sono le diverse angolature con cui si può osservare l’Amore.

maitri: gentilezza, simpatia, fratellanza,concordia, benevolenza, gentilezza amorevole.
karuna: tenerezza, indulgenza, carità, perdono, tollarenza, compassione.
mudita: felicità, affettuosità, beatitudine, letizia, serenità, gioia.
upeksanam: indifferenza, noncuranza, tranquillità mentale, equanimità.

L’amicizia dovrebbe rendere felici, altrimenti che senso ha? Essere amico di qualcuno significa offrirgli felicità.
Dunque, maitri è la capacità di offrire la felicità. Quando una persona che ami sta male, ti senti spinto per aiutarla. Vuoi alleviare la sua sofferenza e trasformarla. Karuna è la capacità di essere compassionevole. Se sono gioioso di una gioia sana, anche gli altri ne traggono beneficio. Se sono pieno di mudita (gioia) trasmetto amore a tutti agli altri. Se riesco a non escludere nessuno, quindi provare al massimo indifferenza nei confronti degli antipatici, dimostro equanimità (upeksa). Se non compio discriminazioni fra me stesso, il mio partner, tutta la gente e tutti gli esseri viventi allora il mio cuore è più ampio e li mio amore non conosce ostacoli. La cosa essenziale è questa: ogni volta che mi trovo nell’infelicità, nell’inferno, io stesso ne sono la causa. Se sono infelice, io sono il responsabile della mia infelicità.
Emergerà allora la certezza che, posso essere felice. Ora.

Om shanti

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y.s.p. libro 1, sutra 32

9 dicembre 2013 in libro 1, yogasutra

ysp-32

तत्प्रतिषेधार्थमेकतत्त्वाभ्यासः ॥३२॥

tat pratisedha artham eka tattva abhyasah

Al fine di (artham) eliminare (pratisedha) questi (tat), praticare (abhyasah) su un unico (eka) principio (tattva).

Al fine di eliminare questi sintomi (gli ostacoli), occorre praticare la concentrazione su un unico principio.

A partire da questo sutra fino al I, 39 Patanjali affronta i mezzi che considera necessari per rimuovere tutti gli ostacoli interni (antarayah) che sono stati elencati nei due sutra precedenti. Per riportarsi verso uno stato di quiete, di pace e di calma. Qui si mette l’accento sulla pratica coerente su un unico mezzo, cioè, qualsiasi cosa si scelga, deve essere mantenuta a lungo ed eseguita con ferma risoluzione; fino ad arrivare ad essere interiorizzata talmente bene che, la salmodia di quell’unico principio avrà saturato completamente l’intero corpo fisico e mentale. La parola chiave è ekatattva (la sola verità, l’unica realtà). Praticare a lungo con queste qualità, significa riuscire a ottenere una capacità d’ascolto particolare. La capacità di ascolto di un suono che è sempre presente in me, il suono dell’interiorità.

Om shanti

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dialogo

5 dicembre 2013 in Uncategorized

“Il dialogo tra due persone che si amano profondamente, a un certo punto e nel punto della sua più intensa profondità, diventa silenzioso.

Ciascuno intuisce quel che l’altro sente e pensa, e nessuno dei due sente più il bisogno di dire.

L’intuizione d’amore corre davanti a ogni parola, la rende superflua e l’annulla.

I corpi si sono fatti sonori: dicono senza parlare, carichi di tutte le vibrazioni dello spirito”

(Michele Federico Sciacca).

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y.s.p. libro 1, sutra 31

4 dicembre 2013 in libro 1, yogasutra

ysp-1-31

duhkha daurmanasya angam ejayatva  svasa prasvasah viksepa sahabhuvah

I sintomi innaturali (sahabhuvah) che accompagnano la dispersione (viksepa) sono dolore (duhkha), angoscia (daurmanasya), membra tremanti (angam ejayatva), espirazione (svasa), inspirazione (prasvasah).

I sintomi innaturali, che accompagnano in profondità la dispersione della coscienza sono:

  1. dolore
  2. angoscia o depressione
  3. membra tremanti o nervosismo
  4. espirazione e inspirazione irregolare o ansia

Mentre nel sutra I, 30 sono state indicate le cause di viksepa, in questo vengono indicate le manifestazioni evidenti che accompagnano la dispersione della coscienza. E non è un caso che la parola chiave sia duhkha (dolore, malessere, difficoltà, imbarazzo; sofferenza, angoscia, disperazione, infelicità). Altro termine importante che accompagna il concetto è sahabhuvah (sintomi che accompagnano, che sono una risposta inequivocabile sulla innaturalità della condizione —viksepa— che si attraversa).

Om shanti

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Haiku 2

4 dicembre 2013 in Uncategorized

 

L’ Amore, vince…

Soltanto nell’Amore

Tu, vuoi perdere?

 

 

Liberi sono…

Animali ed Alberi

Non certo l’Uomo.

 

 

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Alberi

2 dicembre 2013 in citazioni, personale, riflessioni

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“Gli alberi sono sempre stati per me i più persuasivi predicatori. Io li adoro quando stanno in popolazioni e famiglie, nei boschi e nei boschetti. E ancora di più li adoro quando stanno isolati. Sono come uomini solitari. Non come eremiti che se la sono svignata per qualche debolezza, ma come grandi uomini soli, come Beethoven e Nietzsche.
Tra le loro fronde stormisce il vento, le loro radici riposano nell’infinito; ma essi non vi si smarriscono, bensì mirano, con tutte le loro forze vitali, a un’unica cosa: realizzare la legge che in loro stessi è insita, costruire la propria forma, rappresentare se stessi.
Nulla è più sacro, nulla è più esemplare di un albero bello e robusto. […]
Gli alberi sono santuari. Chi sa parlare con loro, chi sa ascoltarli, conosce la verità.
Essi non predicano dottrine o ricette, predicano, incuranti del singolo, la legge primordiale della vita. […]
Quando siamo tristi, e non possiamo più sopportare la vita, un albero può dirci: sta calmo! Sta calmo! guardami! Vivere non è facile, vivere non è difficile. Questi sono pensieri puerili. Lascia parlare Dio in te e questi pensieri taceranno.
Tu sei angosciato perché il tuo cammino ti porta via dalla madre e dalla casa. Ma ogni passo e ogni giorno ti portano nuovamente incontro alla madre. La tua casa non è in questo o quel posto. La tua casa è dentro di te o in nessun luogo.
La nostalgia del peregrinare mi spezza il cuore quando ascolto gli alberi che a sera mormorano al vento.
Se si ascoltano con raccoglimento e a lungo, anche la nostalgia del peregrinare rivela la sua quintessenza e il suo senso.
Non è, come sembra, un voler fuggire al dolore, è desiderio della propria casa, del ricordo della madre, di nuovi simboli di vita.
Conduce a casa. Ogni strada porta a casa, ogni passo è nascita, ogni passo è morte, ogni tomba è madre.
Così mormora il vento a sera, quando siamo angosciati dai nostri stessi pensieri puerili.
Gli alberi hanno pensieri di lunga durata, di lungo respiro e tranquilli, come hanno una vita più lunga di noi.
Sono più saggi di noi, finché non li ascoltiamo. Ma quando abbiamo imparato ad ascoltare gli alberi, allora proprio la brevità, rapidità e fretta puerile dei nostri pensieri acquista una letizia senza pari.
Chi ha imparato ad ascoltare gli alberi non brama più di essere un albero.
Brama di essere quello che è.
Questa è la propria casa. Questa è la felicità”
(Hermann Hesse).